«Io sono vivo, sono tornato a respirare, ma tanti no. Non hanno potuto neanche salutare le loro famiglie né vedere per l’ultima volta la luce del sole».

Parole importanti, tanto dure quanto necessarie. Una testimonianza, quella di Tommaso Latina e della sua lotta contro il Covid-19, che esce dal cuore e si fissa su carta per farsi memoria. Il Vice Ispettore della Polizia di Stato, che del rispetto delle leggi ha fatto la missione di una vita intera, ha scelto di rompere il silenzio per spiegare come si sta dall’altra parte della barricata: bloccato in un letto d’ospedale in cui ha imparato a scandire il tempo ascoltando il ritmo del suo respiro. Chiuso in un universo parallelo, vittima di un rovinoso e assurdo precipitare di eventi per colpe non commesse.

Stimato professionista e fine artista, suo è il ritratto di uomo gentile, disponibile e creativo, di poche selezionate parole, autore di tanti scatti con cui, da anni, racconta senza sosta le bellezze del territorio. E se è vero che le guerre vengono combattute due volte, la prima sul campo di battaglia e la seconda nei ricordi, per chiudere il cerchio, il 57enne rosolinese ha scelto di impugnare ancora una volta la sua fedele fotocamera. Così, all’indomani del lockdown, ha ripreso a filmare i vecchi luoghi del cuore con cui bisogna ora instaurare una relazione nuova. Distanziamento sociale ma mai spirituale. Perché nessuno fermerà Tommaso e, come lui, la sua città, Rosolini. Entrambi hanno ancora tanto da dare, animati da quella resilienza che permette di elaborare traumi e di trasformare la paura in forza, l’assenza in presenza, le difficoltà in opportunità, abbandonando ogni prospettiva individualistica della sofferenza per recuperare un’idea solida e condivisa di collettività. È la logica win-win: se perderà qualcuno, perderemo tutti; se vinceremo, vinceremo insieme. E lui, che oggi timidamente sorride, può dire di avercela fatta ma sente l’obbligo di creare catene di solidarietà affinché la sua storia si faccia esempio concreto di rinascita, gratitudine e speranza. Perché, nel post Coronavirus, l’antidoto migliore per recuperare il benessere psico-fisico restano le persone. Da qui, da una comunità sana, bisogna ripartire. Con coraggio, fiducia e responsabilità.

Quando hai capito che non si trattava di una semplice influenza?
I sintomi della malattia sono stati chiari: inizialmente una febbre persistente che oscillava tra 37 e 38°, a seguire la mancanza di olfatto e gusto. Infine, l’infezione alle vie respiratorie.

Dove, come e quando pensi di aver contratto il virus?
Presumibilmente durante un servizio di Polizia eseguito nei primi giorni di marzo. Dall’11 marzo sono rimasto a casa. Ho scoperto di essere positivo al Covid-19 il successivo 20 marzo, quando l’ASP mi ha comunicato l’esito del tampone. Da allora sono stato posto in quarantena obbligatoria con isolamento domiciliare. Il successivo 9 aprile, per la ricomparsa di febbre alta, sono stato ricoverato presso il reparto “Malattie infettive” dell’Ospedale Maggiore di Modica, da dove sono stato dimesso il 17 aprile.

Cos’hai provato quando hai scoperto la positività al Covid-19?
Smarrimento e demoralizzazione per quello che mi stava accadendo, anche in considerazione delle notizie che cominciavano ad arrivare dai media. Ho avuto paura ma in fondo solo gli incoscienti non provano paura. In quei giorni ricordo che la cosa che ha ferito di più me e la mia famiglia è stata la morbosa curiosità di conoscere i nomi degli “untori”; la becera e spasmodica ossessività nell’additare il nuovo contagiato di turno da Covid-19. Come se fosse una colpa mia.

Qual è il ricordo più forte legato al periodo di degenza ospedaliera?
Uscire da quel reparto e ricevere il saluto di tutti gli operatori sanitari e di chiunque mi incontrasse, è stata un’emozione che difficilmente potrò dimenticare. Con gli operatori sanitari si è instaurato un rapporto di amicizia e cordialità e non di medico-paziente, onde evitare che lo sconforto prendesse il sopravvento. Ho lottato per più di una settimana in un letto ipertecnologico. Ricordo la paura di rimanere da solo, senza nessuno con cui poter condividere due semplici parole.

Cosa diresti ora a chi è poco attento alle regole?
Non abbassare la guardia. Mi rivolgo soprattutto a chi crede che il Coronavirus sia un complotto ideato da chissà chi. Ci sono stati dei morti, tanti morti, che non hanno ricevuto neanche l’ultimo saluto dei propri cari. Riflettere su questo credo sia fondamentale per non ricadere nell’incubo, specie adesso che si pensa già alla prossima ondata, in un susseguirsi costante e incessante di notizie che si contraddicono.

Pensi che il Covid-19 abbia lasciato un segno nella comunità in cui vivi?
Il virus ha segnato la comunità nella quale vivo, come tutte le comunità in cui si è manifestato. Le paure di ognuno di noi hanno preso il sopravvento, ma hanno anche fatto emergere una solidarietà che, in taluni casi, non mi aspettavo neanche. Molti oggi mi vedono come colui che ha vinto una battaglia, palesando un affetto che mi spiazza e arricchisce ogni volta. Adesso che sono rinato, vorrei si rafforzasse quel senso di comunità che ho visto. Vorrei rinascesse anche la mia città.

Da cosa nasce l’idea di un videoclip emozionale per salutare la fine del lockdown?
Il gruppo “I Migliori Anni” mi ha coinvolto in un progetto musicale: realizzare un videoclip emozionale sulle note di “Chi fermerà la musica”. Il videoclip, che alterna l’esibizione live allo slide show di fotografie di Rosolini, nasce come messaggio augurale. Abbiamo cercato di salutare la fine della fase 2 con tinte piene di luce e di speranza.

Ti senti di ringraziare qualcuno in particolare?
Se ce l’ho fatta, oltre che alla volontà di riprendere in mano la mia vita, è grazie a uomini e donne somiglianti ad astronauti, con tute bianche, occhiali, mascherine e paure; persone che hanno assimilato dolori altrui e che hanno riconvertito in forza e coraggio a chi chiedeva aiuto. Grazie a tutto il personale del reparto “Malattie infettive” dell’Ospedale di Modica che mi ha accompagnato fino alla guarigione. Un grazie di cuore va alla dott.ssa Francesca Micieli, donna straordinaria prima che medico di base, determinata a lottare al mio fianco per raggiungere l’obiettivo della guarigione. Grazie, infine, alle donne a cui dedico ogni mio respiro: mia moglie Giuseppina e mia figlia Ilenia.

Surreale ciò che ho vissuto, non pensavo potesse succedere a me!” conclude Tommaso Latina. Invece è accaduto e oggi il regista, che può dire di aver firmato il finale di questa pagina di vita così drammatica, si appresta a scrivere con animo rinnovato l’incipit di un nuovo giorno.
Nonostante le prove che la vita ci pone, a volte in modo così duro da sembrare a tratti insuperabili, bisogna sempre sperare e ricordare che siamo nati per essere felici.

Intervista apparsa sul Corriere Elorino, luglio 2020.

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